Il cattolico “nasce” quando viene battezzato, l’ebreo quando circonciso, il musulmano gli rasano i capelli, e cosi via. Nessun rito accompagna un ateo al suo ingresso nella vita. Nessuna dottrina scandisce gli usi e costumi di un ateo. Nessun catechismo o scuola coranica ne educa la mente. Personalmente, mi sono accorta di essere atea quando mi hanno esonerato dal corso di religione al liceo. Prima ne avevo una nebulosa e alquanto ereditata coscienza. Circostanza ha voluto infatti che nascessi in mezzo alle cosce di un’atea. Da lì ho conosciuto un mondo senza angioletti e madonnine accuratamente messi al bando assieme alle barbie. Ho vissuto una realtà parallela a quella dei miei coetanei connazionali, una realtà in cui le chiese sono edifici storici di interesse antropologico, in cui il papa che si affaccia alla finestra è semplicemente un capo di stato, in cui a natale arriva babbo natale e ci si riposa dalla scuola, in cui la bibbia è un libro di filosofia con valore storico. Tutto ciò fino al liceo quando i miei compagni di classe mi chiedevano perché saltavo l’ora di religione. Lì ho dovuto prendere coscienza di quello che pensavo. Ed all’inizio non ero né sicura né informata abbastanza da poter dire ciò in cui credevo e ciò in cui non credevo. Mi dichiaravo “agnostica”, impreparata di fronte alle facce sicure dei miei amici “credenti”. Allora ho iniziato a rovistare e tutt’ora rovisto per saperne di più. Oggi sono passati vent’anni, non sono un genio dell’ateismo, ma posso dire con una certa tranquillità d’animo ( si anche gli atei hanno un’anima, almeno letteraria) di essere atea. Non tanto perché ho abbandonato la sfera del dubbio, quanto perché non voglio cadere in quella dell’ignoranza. Non pongo limiti teorici alla conoscenza umana, anche se qualsiasi tipo di certezza è semplicemente un dubbio ridotto al minimo, una probabilità molto elevata che ci si avvicini alla “verità”. Un ateo non crede cecamente, sennò sarebbe una persona religiosa. Credere senza dubitare, senza investigare, senza mettere in discussione è dominio della fede. E la fede un ateo non ce l’ha perché è portato a basare le sue assunzioni sulla conoscenza fattiva della realtà. E quello che non riesce a spiegare con la scienza, lo addebita all’ignoranza degli uomini e non all’onnipotenza di dio.
Ho fatto il mio “coming out” e sono nata. Preferendo all’agnosticismo, un ateismo cosciente. Perché infatti dichiarare di non sapere quando ora so quanto una persona, nella media come me, ma che crede, sa. Allora saremmo tutti agnostici. La verità di un “credente” che professa alla luce del sole, è più vera della verità di un ateo, a cui invece si rimprovera di dichiarare apertamente che dio non esiste? Perché sento che sto violando un qualche senso del pudore quando manifesto che sono atea, dopo la quarta volta che una nuova amica mi chiede perché non vado in chiesa con lei? Perché lei questo pudore non ce l’ha?
Oggi quando mi manifesto, il mio interlocutore di turno rimane perplesso, scherza e poi cerca di capire se proprio non ce l’ho quel sentimento religioso, quel sentire dio dentro di me, cerca di carpire spiragli di spiritualità nascosta, non confessata. Quasi che ateo faccia rima con vuoto. Ma vuota non sono. C’è un po’ di tutto, ma zero di dio, o chi per lui.