martedì 22 giugno 2010

Sono un’atea “cristiana”?

Quante volte ho sentito dirmi che viviamo in un paese di cultura cristiana e che io benché atea, volente o nolente fossi intrisa di questa cultura. Che i miei simboli sono la croce, la palma e l'ulivo, che le mie domeniche sono il settimo giorno in cui il Dio cristiano si riposò, che la mia arte sono le chiese di Cristo, che ciò che penso giusto e ciò che penso sbagliato è il giusto e sbagliato cristiano, che i miei giorni sono scanditi dal calendario cristiano, e così via. Quando è avvenuto questo salto da religione a cultura? Perché ne sono improvvisamente divenuta parte? È da una vita che sono una “diversa” e di colpo durante un pranzo qualunque tra amici, ecco che sono diventata di maggioranza, di “cultura cristiana”. Cosa c’è di peggio che dire ad una "dissidente” che fa parte di una maggioranza di cui neanche condivide il credo? E soprattutto, c’è un’uscita laterale?!

E’ vero simboli e calendari sono della maggioranza cristiana, ma hanno un’importanza relativa nella mia vita e se mi sposto in un paese musulmano o buddista la perdono completamente. Sono fatti contingenti al territorio, non all’essere umano, come lo è invece l’etica o l’arte, che sono aprioristici rispetto a qualunque religione o credo. Sono un po’ più preparata sui simboli cristiani che su quelli buddisti o musulmani, ma questione di dove ti coglie la storia, non di cosa ne pensi. E per quanto riguarda i 10 comandamenti, ad oggi li ho rispettati tutti senza neanche conoscerli, a dire che la normale convivenza tra esseri umani impone delle regole comportamentali basiche che non hanno bisogno di essere sancite da Dio; dallo Stato si però, ed infatti è uno dei suoi compiti. Ed e’ qui penso che sta il barba trucco: l’osmosi tra religione e cultura è pericolosa quanto l’osmosi tra Stato e religione. La religione dovrebbe avere una connotazione individualistica e privata, come il “genere”: ad esempio dire che l’Europa è di “cultura etero” perche probabilmente la maggioranza lo è, ed ha i suoi simboli, le sue credenze, alcuni dicono la sua “morale”, non significa che nella bandiera dell’Unione Europea ci mettiamo una bella coppia etero, come invece è stato messo l’azzurro del manto di Maria. Il termine “cultura” può essere utile per identificare gruppi diversi, ma il suo utilizzo diventa pericoloso quando si vuole affermare la supremazia di una maggioranza, che così invade la vita di coloro che non ne fanno parte. Come la prenderebbe un musulmano nato e cresciuto in Italia, se gli dicessimo che è di “cultura cristiana”? Non sarebbe ridicolo ed anche palesemente non vero? Per un’atea è assolutamente lo stesso discorso, e lo è ancora di più poiché almeno un Dio ( in senso generale) il musulmano ed un cristiano ce l’hanno in comune.

E così, mi esonero dalla “cultura cristiana”, anche se sono sempre a rischio di tornarci dentro visto che per me un passo in avanti nella comprensione, sono due passi indietro nel dubbio!

martedì 15 giugno 2010

scatole di pelati

Da un paio d’anni vivo a Maputo, capitale del Mozambico, città delle acacie, dove si percorrono strade che si chiamano Karl Marx, Kim il Sung, Mao Tse Tung, Lenin, Engels. Qui ad ogni incrocio comunista si erge una chiesa, alcune sono case semplici a cui i fedeli hanno assicurato un muro di cemento ed un tetto di laminato anche in mezzo a baracche e polli, altre hanno scritte in neon, torri e merletti. Uno sciame di chiese: dalla Chiesa Cattolica Romana alla Chiesa Universale del Regno di Dio, da quella Evangelica ai Testimoni di Geova, dalla Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno alle Moschee, dalla Sinagoga alle tante altre che mi saranno sfuggite. Ognuna con i suoi martiri, la sua versione dei fatti, talvolta di poco diversa da quella affianco,ed il suo Dio. In questa città-supermercato religioso, dove come scatole di pelati, una moschea convive pacificamente sullo stesso scaffale di una sinagoga, chi arriva primo si assicura la fede del mozambicano del quartiere, gli racconta storie mai sentite, gli chiede l’obolo, e gli promette il paradiso. Ed a donne che hanno partorito anche 7/8 figli gli si dice che la prima donna è nata da una costola di Adamo, ed a uomini che praticano la poligamia in sordina, perché bandita dai primi missionari e dai colonizzatori portoghesi, gli si promettono 70 vergini che li aspettano in paradiso. E loro ci credono. Quando argomento che l’essere umano proviene dalle scimmie, nei loro occhi sgranati dalla sorpresa, centinaia di anni si annullano, Maputo diventa una città dell’anno 1000 con accesso ad internet, sono Benigni in “non ci resta che piangere” e tutto grazie ad un volo di Boeing. Eccomi novella Galileo a perorare la rotondità della sfera terrestre, la terra che gira attorno al sole, l’evoluzione della specie, la selezione naturale, finanche a come funziona la riproduzione umana. E vedo dal bianco dei loro occhi e dei loro sorrisi, che mi considerano un’ ennesima affabulatrice di una misteriosa nuova chiesa, una scatola di pelati in più, quella “Darwinista”!

mercoledì 9 giugno 2010

Chi sono

Si calcola che al mondo ci siano circa 260 milioni di atei. La nostra blogger è parte integrante di questo dato. Una netta minoranza rispetto alla popolazione mondiale che si aggira sui 6 miliardi.

Difficile definirsi con la negazione di una cosa che non esiste o in cui non si crede. Come fosse utile per identificarsi, affermare: “ non credo ai draghi”. Parto dall’ateismo, però, affinché sia chiaro il filo conduttore del mio blog: la vita di una persona che vive in mezzo ad una maggioranza di teisti.

Ma per una vera definizione della protagonista di questo blog, una definizione nata dall’innato piuttosto che dal dedotto, cercherei un centro, un fulcro in cui la protagonista crede, ovvero l’uomo/la donna/l’umanità. La definirei umanista, se questo comprendesse anche una sistematica certezza che un’umanista è una persona assolutamente priva di qualsiasi inclinazione al divino.

Obiettivo del Blog è registrare fatti ed eventi, piccoli e grandi, passati e presenti, visti attraverso gli occhi di un’atea/umanista, sperando di alimentare dubbi e profanare certezze.