vita di un'atea
giovedì 1 agosto 2013
Il partito delle donne
mercoledì 3 aprile 2013
pensiero complesso, pensiero stupendo
martedì 26 giugno 2012
La civiltà degli Uomini
domenica 24 ottobre 2010
crocefisso si crocefisso no
E’ possibile evitare di mettere in tutte le aule di una scuola statale, che rappresenta TUTTI ed insegna a TUTTI, musulmani, cristiani, ebrei, indù, buddisti, atei, agnostici, belli e brutti, omosessuali ed eterosessuali, maggioranze e minoranze, un simbolo che, al di là di ciò che rappresenta, è un simbolo di UNA religione in particolare?
E’ possibile sperare che i bambini italiani in futuro non debbano imparare i valori di tolleranza e giustizia da un crocefisso in alto sulla parete, ma da un corso di educazione civica?
E’ plausibile pensare che non occorre utilizzare un simbolo che nei secoli è andato a dir poco corrompendosi, alleandosi a crociate ed inquisizioni, ma che un’alternativa valida c’è?
Perché non mettere in tutte le aule delle nostre scuole il simbolo della pace, la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, un ritratto di Gandhi o dello stesso Nelson Mandela, che in vita è un simbolo di tolleranza e resistenza pacifica, molto più attuale ed ancora non logorato quanto il crocifisso? Tra l’altro, almeno su Gandhi e Mandela non ci sono incertezze storiche, sono esistiti in carne ed ossa, hanno detto e fatto pensieri ed azioni documentate, fotografate, registrate. C’è qualche problema sul fatto che siano “extra comunitari”? Anche Cristo lo è.
Perché ci ostiniamo a pescare simboli religiosi per spiegare valori universali come la tolleranza, la pace, l’importanza della vita? Lo stato deve crescere bravi ed onesti cittadini, non bravi ed onesti credenti, perché semplicemente non ricade nella sua sfera di competenze. Ed il crocefisso nell’aula non aiuta i bambini a credere in simboli universali, ma anzi li incoraggia a credere che siano monopolio di una religione specifica e crea intolleranza verso ciò che non è cristiano. Un simbolo incoraggia appartenenza, in maniera semplificata e diretta: è lecito desiderare che i nostri figli appartengano alla razza umana e non alla razza cristiana?
giovedì 1 luglio 2010
Come nasce un'atea
Il cattolico “nasce” quando viene battezzato, l’ebreo quando circonciso, il musulmano gli rasano i capelli, e cosi via. Nessun rito accompagna un ateo al suo ingresso nella vita. Nessuna dottrina scandisce gli usi e costumi di un ateo. Nessun catechismo o scuola coranica ne educa la mente. Personalmente, mi sono accorta di essere atea quando mi hanno esonerato dal corso di religione al liceo. Prima ne avevo una nebulosa e alquanto ereditata coscienza. Circostanza ha voluto infatti che nascessi in mezzo alle cosce di un’atea. Da lì ho conosciuto un mondo senza angioletti e madonnine accuratamente messi al bando assieme alle barbie. Ho vissuto una realtà parallela a quella dei miei coetanei connazionali, una realtà in cui le chiese sono edifici storici di interesse antropologico, in cui il papa che si affaccia alla finestra è semplicemente un capo di stato, in cui a natale arriva babbo natale e ci si riposa dalla scuola, in cui la bibbia è un libro di filosofia con valore storico. Tutto ciò fino al liceo quando i miei compagni di classe mi chiedevano perché saltavo l’ora di religione. Lì ho dovuto prendere coscienza di quello che pensavo. Ed all’inizio non ero né sicura né informata abbastanza da poter dire ciò in cui credevo e ciò in cui non credevo. Mi dichiaravo “agnostica”, impreparata di fronte alle facce sicure dei miei amici “credenti”. Allora ho iniziato a rovistare e tutt’ora rovisto per saperne di più. Oggi sono passati vent’anni, non sono un genio dell’ateismo, ma posso dire con una certa tranquillità d’animo ( si anche gli atei hanno un’anima, almeno letteraria) di essere atea. Non tanto perché ho abbandonato la sfera del dubbio, quanto perché non voglio cadere in quella dell’ignoranza. Non pongo limiti teorici alla conoscenza umana, anche se qualsiasi tipo di certezza è semplicemente un dubbio ridotto al minimo, una probabilità molto elevata che ci si avvicini alla “verità”. Un ateo non crede cecamente, sennò sarebbe una persona religiosa. Credere senza dubitare, senza investigare, senza mettere in discussione è dominio della fede. E la fede un ateo non ce l’ha perché è portato a basare le sue assunzioni sulla conoscenza fattiva della realtà. E quello che non riesce a spiegare con la scienza, lo addebita all’ignoranza degli uomini e non all’onnipotenza di dio.
Ho fatto il mio “coming out” e sono nata. Preferendo all’agnosticismo, un ateismo cosciente. Perché infatti dichiarare di non sapere quando ora so quanto una persona, nella media come me, ma che crede, sa. Allora saremmo tutti agnostici. La verità di un “credente” che professa alla luce del sole, è più vera della verità di un ateo, a cui invece si rimprovera di dichiarare apertamente che dio non esiste? Perché sento che sto violando un qualche senso del pudore quando manifesto che sono atea, dopo la quarta volta che una nuova amica mi chiede perché non vado in chiesa con lei? Perché lei questo pudore non ce l’ha?
Oggi quando mi manifesto, il mio interlocutore di turno rimane perplesso, scherza e poi cerca di capire se proprio non ce l’ho quel sentimento religioso, quel sentire dio dentro di me, cerca di carpire spiragli di spiritualità nascosta, non confessata. Quasi che ateo faccia rima con vuoto. Ma vuota non sono. C’è un po’ di tutto, ma zero di dio, o chi per lui.
martedì 22 giugno 2010
Sono un’atea “cristiana”?
Quante volte ho sentito dirmi che viviamo in un paese di cultura cristiana e che io benché atea, volente o nolente fossi intrisa di questa cultura. Che i miei simboli sono la croce, la palma e l'ulivo, che le mie domeniche sono il settimo giorno in cui il Dio cristiano si riposò, che la mia arte sono le chiese di Cristo, che ciò che penso giusto e ciò che penso sbagliato è il giusto e sbagliato cristiano, che i miei giorni sono scanditi dal calendario cristiano, e così via. Quando è avvenuto questo salto da religione a cultura? Perché ne sono improvvisamente divenuta parte? È da una vita che sono una “diversa” e di colpo durante un pranzo qualunque tra amici, ecco che sono diventata di maggioranza, di “cultura cristiana”. Cosa c’è di peggio che dire ad una "dissidente” che fa parte di una maggioranza di cui neanche condivide il credo? E soprattutto, c’è un’uscita laterale?!
E’ vero simboli e calendari sono della maggioranza cristiana, ma hanno un’importanza relativa nella mia vita e se mi sposto in un paese musulmano o buddista la perdono completamente. Sono fatti contingenti al territorio, non all’essere umano, come lo è invece l’etica o l’arte, che sono aprioristici rispetto a qualunque religione o credo. Sono un po’ più preparata sui simboli cristiani che su quelli buddisti o musulmani, ma questione di dove ti coglie la storia, non di cosa ne pensi. E per quanto riguarda i 10 comandamenti, ad oggi li ho rispettati tutti senza neanche conoscerli, a dire che la normale convivenza tra esseri umani impone delle regole comportamentali basiche che non hanno bisogno di essere sancite da Dio; dallo Stato si però, ed infatti è uno dei suoi compiti. Ed e’ qui penso che sta il barba trucco: l’osmosi tra religione e cultura è pericolosa quanto l’osmosi tra Stato e religione. La religione dovrebbe avere una connotazione individualistica e privata, come il “genere”: ad esempio dire che l’Europa è di “cultura etero” perche probabilmente la maggioranza lo è, ed ha i suoi simboli, le sue credenze, alcuni dicono la sua “morale”, non significa che nella bandiera dell’Unione Europea ci mettiamo una bella coppia etero, come invece è stato messo l’azzurro del manto di Maria. Il termine “cultura” può essere utile per identificare gruppi diversi, ma il suo utilizzo diventa pericoloso quando si vuole affermare la supremazia di una maggioranza, che così invade la vita di coloro che non ne fanno parte. Come la prenderebbe un musulmano nato e cresciuto in Italia, se gli dicessimo che è di “cultura cristiana”? Non sarebbe ridicolo ed anche palesemente non vero? Per un’atea è assolutamente lo stesso discorso, e lo è ancora di più poiché almeno un Dio ( in senso generale) il musulmano ed un cristiano ce l’hanno in comune.
E così, mi esonero dalla “cultura cristiana”, anche se sono sempre a rischio di tornarci dentro visto che per me un passo in avanti nella comprensione, sono due passi indietro nel dubbio!